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Trans, un’altra legge è possibile
La proposta, che dovrebbe arrivare in discussione all’inizio del 2014, presenta elementi di assoluta novità tra cui quella legata al cambio di nome: i transessuali avranno diritto alla modifica anagrafica senza l’obbligo di un intervento chirurgico
di Antonio Sciotto

Roberta ha tentato per ben due volte di ottenere dal tribunale il cambio di sesso e il diritto a un nuovo nome. Nulla da fare, il giudice le chiede sempre la stessa cosa: prima deve operarsi completamente, rimuovere i suoi organi genitali maschili. Roberta è nata in un corpo da uomo, nel suo percorso si è riconosciuta transessuale e ha compiuto un complesso iter, fatto di psicanalisi e terapia ormonale, per poter diventare quello che si è sempre sentita: una donna. Come tante donne e uomini che percorrono questo stesso cammino, però, alla fine ha deciso che se il suo seno, il suo corpo, la sua voce, dovevano essere femminili, l’”ultima tappa”, quella di decostruire il pene per farne una vagina, non doveva essere compiuto: lei sta bene così. E qui arriva l’intoppo: la legge italiana, a differenza ad esempio di quella inglese o spagnola, in questo caso non permette la modifica del sesso e del nome all’anagrafe. Se si conservano gli organi genitali originari, si dovranno mantenere anche i vecchi documenti, andando così incontro a moltissimi problemi nelle relazioni sociali quotidiane e sul lavoro.

In occasione del Trangender Day of Remembrance, che cade il 20 novembre, a Roma si è tenuta una fiaccolata in ricordo delle vittime della transfobia: dal 2008 al 2012 sono state 1123 le persone trans uccise nel mondo, 20 delle quali in Italia (dati Transgender Europe ). E se sul lavoro, secondo una ricerca Arcigay del 2011, gli omosessuali sono trattati iniquamente (19%) o addirittura licenziati (4,8%) per il loro orientamento, queste percentuali salgono rispettivamente a oltre il 50% e al 25% per chi è trans. Ecco perché è urgente aggiornare la normativa.

In realtà la legge – si tratta della 164 del 1982, ai tempi una conquista storica del movimento transessuale – non prescrive esplicitamente che ci si debba operare per accedere alla modifica anagrafica, ma la sua ambiguità ha lasciato spazio a una prassi ormai consolidata, anche nelle interpretazioni dei giudici, per cui di fatto quel passaggio diventa obbligato. Finora, normalmente, la trafila è stata sempre questa: chi si riconosce come transessuale intraprende prima il percorso psicologico e ormonale, poi chiede al giudice l’autorizzazione per operare gli organi genitali, e infine avanza la domanda per il cambio del sesso e del nome. Regole applicate anche nel caso di Roberta, prima dal tribunale di Piacenza, e poi dalla corte di Appello di Bologna: quindi ora lei confida nel ricorso in Cassazione. C’è stata però una sentenza controcorrente, al tribunale di Roma, che nel 2011 ha riconosciuto a un’altra persona transessuale il diritto alla modifica anagrafica senza la necessità di un intervento chirurgico. Questa sentenza ha dato una speranza al movimento transex, che adesso – con una campagna in partenza a giorni, e una serie di proposte di legge sostenute da un intergruppo parlamentare Pd, Sel e M5S – chiede il riconoscimento dei propri diritti.

La campagna, lanciata dal Mit ( Movimento identità transessuale ), si chiama “Un altro genere è possibile”. Nel 2012, secondo l’ Onig , Osservatorio nazionale identità di genere, in Italia ci sono stati circa 120 interventi chirurgici per il cambio del sesso, e probabilmente un numero analogo è stato chiesto da nostri connazionali a strutture estere (non esiste un registro nazionale istituzionale, i dati sono raccolti empiricamente). “Ci sono però tanti e tante transessuali che non fanno questa operazione liberamente, ma si vedono costretti per ottenere il cambio anagrafico, in modo da sfuggire a discriminazioni sociali pesanti, prima di tutto sul lavoro – dice Cathy La Torre, vicepresidente del Mit – Altri non se la sentono di violare il proprio corpo, e rimangono in un limbo, scontrandosi con gli impedimenti della legge e della giustizia, rinunciando di fatto per disperazione. Chiediamo a tutte queste persone di contattarci, di fare pressione insieme per cambiare la legge. Ci possono scrivere a questo indirizzo: unaltrogenerepossibile@gmail.com”.

La proposta di legge su questo tema dovrebbe arrivare in discussione all’inizio del 2014: cammina accanto a quella su omo e transfobia (purtroppo stravolta nell’approvazione alla Camera e aspramente contestata dalle associazioni, al momento in commissione Giustizia del Senato) e a quella sui matrimoni civili. E’ stata elaborata con la consulenza della Rete Lenford (Associazione di avvocati per i diritti Lgbti), e presenta elementi di assoluta novità: innanzitutto non si dovrà più passare per il giudice, sia per l’intervento chirurgico che per il cambio all’anagrafe. Qualsiasi transessuale che possa dimostrare di aver compiuto il percorso psicologico e ormonale, avendo cambiato i suoi caratteri sessuali secondari ma non obbligatoriamente quelli primari (cioè aspetto esteriore, voce, magari il seno, ma non i genitali), potrà avanzare domanda al prefetto, seguendo un iter amministrativo che potrà condurre al cambio di sesso e di nome su tutti i documenti: dal codice fiscale alla patente, fino ai duplicati della laurea o di altri titoli, senza che si conservi traccia della sua vecchia identità. E poiché spesso il processo di transizione è lungo, la domanda per il cambio del nome potrà essere avanzata anche prima e autonomamente rispetto a quella del cambio sesso, in modo da evitare discriminazioni per la non corrispondenza tra i documenti e l’aspetto esteriore.

Altro punto importante: il cambio del sesso non dovrà comportare più, come invece prescritto dalla legge del 1982, lo scioglimento del matrimonio. Le corti costituzionali di Germania e Austria, ad esempio, hanno già dichiarato incostituzionale lo scioglimento di un matrimonio che avvenga solo per il cambiamento di sesso di uno dei due coniugi e non per la semplice volontà degli stessi. Ma se per ipotesi fosse approvata questa legge e non quella sulle nozze civili tra persone dello stesso sesso, ci potremo comunque trovare di fronte a matrimoni perfettamente legali tra due uomini o due donne? Un rebus che forse bisognerà affrontare in Parlamento.

Capitolo a parte per i minorenni: per cambiare sesso dovranno chiedere l’autorizzazione al giudice, con l’accordo dei genitori. C’è anche una parte relativa agli intersex, i bimbi che nascono con organi genitali non chiaramente ascrivibili al sesso maschile o femminile: per evitare operazioni chirurgiche imposte senza il consenso dell’interessato, saranno autorizzate solo in caso di pericolo di vita o se ricorrano chiare esigenze di salute.

A Roberta la modifica anagrafica è stata rifiutata perché, scrive il giudice di Bologna, “aspira al riconoscimento, sub specie di sesso femminile, di un terzo genere che non può, allo stato, trovare spazio nel nostro ordinamento”; e anche per il fatto che, non avendo completato l’operazione rimuovendo i genitali maschili, in futuro “sarebbe ancora legittimata a chiedere una ulteriore variazione anagrafica, riprendendo l’originario genere maschile”. Obiezioni, queste, che potrebbero porsi sul cammino della proposta di legge: perché se i cattolici accettarono nel 1982 che ci si potesse operare, raggiungendo lo stadio definitivo e irreversibile di uomo o di donna, e sciogliendo il matrimonio, adesso – potrebbero contestare i più tradizionalisti – si chiede il riconoscimento di una sorta di “terzo sesso”, e per giunta non rescindendo più il vincolo coniugale.

“Non chiediamo il riconoscimento di nessun terzo sesso – replica Sergio Lo Giudice, senatore Pd autore della proposta di legge – Si parla di persone che hanno elaborato un percorso di ricerca della propria identità e che sono approdate a essere uomini o donne. La Corte Costituzionale già nel 1985 ha affermato che l’identità di genere va al di là degli organi genitali, e credo sia una barbarie obbligare qualcuno a operarsi per poter raggiungere la propria serenità: al contrario, in questo modo glielo si impedisce per sempre”. La proposta Lo Giudice chiede che l’intero percorso di transizione sia a carico dello Stato, e visto che circa 200 persone si rivolgono ogni anno alle strutture pubbliche per essere seguite, calcola un costo di 1,2 milioni di euro, più un altro milione che vorrebbe destinare alla formazione dei medici su questi temi.

FONTE
l’Espresso

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