Dove finisce il confine della libertà di espressione di un esponente politico e dove inizia la responsabilità di evitare discorsi che possano istigare all’odio razziale, religioso, omofobico?

Mirko Tremaglia nel 2004 aveva messo la sua omofobia nero su bianco sulla carta intestata del suo inutile Ministero  per gli italiani nel mondo: “Povera Europa: i culattoni sono in maggioranza”. Lo strumento usato aveva rappresentato il picco della discriminazione istituzionale. Ma non era certo una novità. Le le offese razziste, omofobe, xenofobe sono un tratto caratteristico della politica italiana.

A un giornalista che, nel 2000, gli chiedeva di dire qualcosa di destra, il presidente della Regione Lazio Francesco Storace aveva risposto “A froci!”.  Nel 2006 la Islamic Anti-Defamation League denunciava Umberto Bossi e i vertici emiliani della Lega Nord per la sua “campagna anti Islam”. Nello stesso anno, l’attuale  vice presidente del Senato  Roberto Calderoli, di recente pentitosi per la sua brillante metafora sul ministro Kyenge e gli oranghi per cui è indagato dalla Procura di Bergamo, nel  2006 analizzava così lo stato  della sua terra promessa: “La civiltà gay ha trasformato la Padania in un ricettacolo di culattoni. Qua rischiamo di diventare un popolo di ricchioni”. E così fino ai nostri giorni.

Nel 2014 la FRA, Agenzia  per i Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, ha diffuso i dati di una ricerca sulla percezione del linguaggio dei politici da parte delle persone LGBTI in cui  l’Italia risultava la maglia nera in quanto ad offese discriminatorie da parte di chi ricopre ruoli politici o istituzionali.

In queste ore  il Parlamento Europeo ha sottolineato come siano diffusi in Europa programmi politici fondati sull’esclusione per motivi religiosi, partiti politici razzisti e xenofobi, intimidazioni a rom e migranti da parte di gruppi e partiti, insulti contro le persone  LGBTI da parte di titolari di cariche pubbliche.

Contemporaneamente in Italia montava  un attacco all’UNAR, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali  per avere sollecitato l’on.Giorgia Meloni ad evitare espressioni a contenuti discriminatorio. Laura Boldrini, sollecitata dalla leader di FdI, ha giustamente ricordato l’esigenza della tutela  della massima libertà di espressione dei parlamentari (tutela che dovrebbe valere per ogni cittadino) ma ha anche richiamato al massimo senso di responsabilità  nell’esercizio delle proprie funzioni chi ricopra una carica pubblica. Quella responsabilità che manca a molti esponenti delle nostre istituzioni, che rivendicano un diritto all’insulto, al disprezzo, al discorso d’odio negato dalle carte dei diritti fondamentali e indegno di una classe dirigente.

Sergio Lo Giudice

Articolo pubblicato sull’Huffington Post

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