Il mio intervento alla prima Assemblea Programmatica provinciale del PD di Bologna che si è tenuta a Palazzo Re Enzo il 18 e 19 luglio
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In questi anni Bologna si è rimessa in moto. Il Piano Strutturale Comunale dà il via ad un rilancio urbanistico della città basato su una crescita qualitativa, attenta al verde, al rilancio delle periferie, al tema della casa. Le nuove infrastrutture per la mobilità ci consentiranno di rilanciare la città come centro di un’area metropolitana vasta, e di fare di Bologna capitale dell’Emilia Romagna il motore del rilancio del sistema Regione nella competizione internazionale. Ma questo accadrà solo se Bologna saprà coltivare il suo tratto più caratteristico di società insieme aperta e coesa, capace di attrarre risorse umane e competenze e di comporle in un quadro sociale armonico.

A partire da questa sua forza profonda Bologna può mettere in campo una risposta efficace a quei sentimenti di insicurezza prodotti in tutto il pianeta da una globalizzazione non regolata e rimestati irresponsabilmente dalle destre per ottenere il consenso e mantenere nella paura l’opinione pubblica. Bene ha fatto Sergio Cofferati a indicare nel criterio di legalità, nella definizione di regole comuni da rispettare sempre, il punto fermo da cui partire. Quell’ancora ci lega tutti ai valori comuni della Costituzione ed evita la tentazione di aggrapparsi alle proprie appartenenze parziali, culturali, etniche, religiose, per affermare se stesso sull’altro. Un welfare efficace, in rete col privato sociale e il volontariato e, dopo il trasferimento delle nuove deleghe ai Quartieri, più vicino ai cittadini rappresenta l’altro strumento indispensabile per sostituire il senso di precarietà e di isolamento con un sentimento di appartenenza alla comunità. Al principio di legalità e al rilancio del welfare va aggiunto un terzo elemento produttore di coesione sociale: la promozione dei diritti di cittadinanza di ognuno, sia come promozione di pari opportunità che come contrasto di ogni forma di discriminazione. Bologna è attraversata da una pluralità di identità, stili di vita, condizioni personali, messi in campo per costruire progetti di vita personali e collettivi- Produrre e mantenere coesione sociale significa anche cogliere la centralità strategica di un governo di questi processi e di queste aspettative.

Legalità, welfare, diritti di cittadinanza, come antidoto alle guerre di identità e al diffondersi delle paure. Il 10% della popolazione residente è costituito da immigrati. Per evitare una guerra fra poveri nell’accesso ai servizi occorre intervenire sul sistema del welfare, per differenziarne le risposte, ma è necessario anche che questi nuovi bolognesi vengano percepiti come cittadini. In questo mandato abbiamo varato le Consulte dei cittadini stranieri, a cui vanno date gambe e ruolo, in attesa di una legge che riconosca loro il diritto di voto alle amministrative. Le donne, gli anziani, i bambini e gli adolescenti, i disabili sono ancora, perlomeno relativamente ad alcune esperienze della loro vita o della loro giornata, soggetti più deboli e come tali si percepiscono. La lotta alle insicurezze passa anche per il potenziamento del senso di cittadinanza piena di questi soggetti. Le difficoltà di accesso al lavoro o le violenze domestiche per le donne, l’incidenza della variabile “età” nella fruizione della città, la presenza di barriere architettoniche sono solo alcuni indicatori di quelle difficoltà individuali ad essere felici nello spazio urbano che vanno contrastate a livello pubblico. Questo deve valere anche per i detenuti – che alla Dozza hanno nuovamente superato la soglia critica delle 1000 unità. Va proseguita l’esperienza del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, che potrà essere ulteriormente valorizzata da una sinergia positiva con il nuovo istituto del Garante regionale.

Il Comune di Bologna ha istituito un Ufficio per le Politiche delle Differenze che è un presupposto importante per la promozione di pari opportunità per tutti. L’attivazione, al suo interno, di un servizio contro le discriminazioni verso lesbiche, gay, bisessuali e transessuali, ne rappresenta un’articolazione utile. Su questo tema, lo svolgimento del Gay Pride nazionale, preceduto da quaranta giorni di iniziative culturali, ha rappresentato una bella pagina per la Bologna dei diritti. Almeno 50.000 persone hanno sfilato in modo pacifico e festoso. Qualcuno ha voluto manipolare il senso dell’iniziativa concentrando l’attenzione solo su un paio di cartelli presenti all’interno di un corteo enorme, e ha parlato di una manifestazione dai toni offensivi. Chi c’era, sa che non è vero. Come ha scritto un autorevole quotidiano bolognese, i partecipanti al corteo erano, “persino troppo tranquilli, per essere una categoria di italiani che si sentono dire sempre di no. Che votano politici che non rispettano le promesse, che da anni chiedono e non ottengono, adulti consenzienti e innocui che si sentono accusati dalla Chiesa di «inficiare ogni rapporto sociale» più spesso di quanto non se lo sentano dire i mafiosi”.

Riconoscere le differenze individuali e alimentarsi della pluralità culturale non è cadere nella disperazione, ma creare le condizioni per guardare al futuro. Riporre le speranze della città nell’arroccamento in una presunta identità tradizionale collettiva, significherebbe cadere in quella trappola della contrapposizione identitaria da cui un grande lettore della società contemporanea come Amartya Sen ci ha messo in guardia e che aggiungerebbe paura a paura. È a partire dal riconoscimento del valore della pluralità, che potremo rafforzare il senso della comunità cittadina e rilanciare la centralità di Bologna in Europa come città dei talenti, delle tecnologie e della tolleranza, le tre T su cui fondare la Bologna del futuro.

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